musica sperimentale

Solchi Sperimentali Controcultura. Cosa significa “musica sperimentale” oggi? Intervista ad Antonello Cresti e Mirco Salvadori, a cura di di Roberto Franco

9 Responses

  1. Alberto Arienti ha detto:

    Premessa: non ho mai amato il prog (a parte qualche singola opera) perchè l’ho sempre ritenuto un prodotto borghese, un po’ settario che voleva produrre un “suonar bene” troppo legato a modelli della musica classica. Faccio quindi molta fatica a vederlo associato all’underground ed alla sperimentazione in genere. Dico questo anche se sono benissimo che le etichette sono spesso settarie ed imprecise.
    Entrando di più (ma non tanto) nel merito del discorso:
    1 – ho sempre trovato molto presuntoso l’atteggiamento degli sperimentatori underground che strizzavano l’occhio alla musica classica contemporanea, per il semplice fatto che i due percosri erano molto diversi e che comunque la prima era sempre una corrente (seppur minoritaria) della cosiddetta “musica di consumo”.
    2 – l’underground in tutte le sue comiugazioni artistiche (musica, cinema, teatro ecc) è stato un frutto specifico degli anni 60 e primi anni 70, dovuto alla situazione sociale che si era sviluppata in queglia anni. Ha condizionato tutta la produzione di massa a venire (nel cinema in maniera particolare, ma anche nella musica e nel teatro) e quindi ad un certo punto è finito di esistere perchè le punte del suo linguaggio erano state cannibalizzate per rinverdire il mainstream. Riproporlo oggi, storicamente, significare solo fare un’analisi storico-linguistica dei cambiamenti dei gusti.
    3 – Quando oggi vediamo che le serie stanno soppiantando i film, mi sembra evidente che dobbiamo chiederci che senso ha la sperimentazione oggi. Le serie, belle o brutte, ben fatte o anche fatte da dio, sono un prodotto artigianale ripetitivo con delle ferree leggi da seguire per tenere agganciato il pubblico. Che questo sia il fenemeno vincente dell’attuale cultura visiva, ci deve far riflettere quindi se oggi ci sia uno spazio per l’avanguardia e se si, che tipo di avanguardia e che tipo di spazio.
    4 – Sperimentare oggi che significa? fare rumori? è roba vecchia. suonare l’elettronica? oggi la fanno tutti. fare la scimmiottatura delle vechhie esperienze fatte nel rock, nella psichedelia, nel jazz, nella musica concreta ecc? Non direi. Io che credo che oggi sperimentare (ammesso che abbia senso) dovrebbe andare verso i metodi di produzione della musica. E visto che è così facile farla e distribuirla col computer, forse sarebbe interessante lavorare su esperienze collettive che riuniscano musicista distanti, provenienti da tutte le parti del mondo. è una provocazione.
    5 – sperimentare potrebbe anche voler dire tentare di rileggere il passato, anche mainstream, cercandolo di inquadrarlo nel mondo di oggi, dove la diseducazione musicale avrebbe bisogno anche di qualche ripasso storico. Per cui forse sarebbe più necessario smettere di proporre “musica sgangherata” a favore di una riproposizione critica, magari anche ironica, della “bella musica. In un mondo dove il rap sta depotenziando pesantemente le componenti melodico-armoniche ed il solismo per esaltare solo la ritmica, oltretutto molto banale, magari oggi quel prog da me tanto criticato nel passato, potrebbe avere un senso.

  2. Nicola Orlandino ha detto:

    Mi approccio al tutto da semplice ascoltatore e fruitore di musica. Parto dal punto che qualsiasi forma di divulgazione di “musiche altre” (nel senso più generico del termine) sia un buon punto di partenza per far mettere radici a qualcosa che altrimenti resterebbe isolato e perderebbe lo scopo culturale che c’è dietro le stesse. E l’iniziativa di Antonello è decisamente qualcosa che ho apprezzato da subito, anche per l’approccio trasversale del tutto.

    Detto questo, che cos’è davvero la sperimentazione? E? contaminazione (fra stili e arti)? e ricerca di nuove modalità di proporre certi stili? è rielaborazione? Credo sia un po’ tutto questo se facciamo riferimento a una sperimentazione non pura, ma relativa, che per ovvi motivi è diventata evento raro.

    A questo si aggiungono, a mio parere, tre questioni:
    – la contrapposizione eterna fra cultura e controcultura, fra sperimentale e non, fra microcosmo alternativo e la cultura di massa che spesso trovo forzate e ingiustificate. L’arte non dovrebbe essere condizionata dai gusti e le abitudini dell’ascoltatore, in quanto come diceva Antonello, deve anche saper spaesare; allo stesso tempo qualsiasi ascoltatore dovrebbe essere in grado di conoscere l’esistenza di altre culture, di essere guidato, preso per mano attraverso un’opera di divulgazione che cerchi anche di far comprendere che il campo di azione del suono che è molto più ampio di quello che si crede o che i media rappresentano. Quindi l’incontro fra i due mondi (e sottomondi) non posso che reputarlo positivo.
    -questo ragionamento mi porta al secondo punto ovvero la diseducazione all’ascolto. Io che mi diletto (solo per passione e per gioco in modo amatoriale) a proporre musica che ritengo valida, mi prendo anche mesi per ascoltare un disco. La velocità attuale, lo “stupro” del disco nel giro di poche ore, penalizza i lavori che più tentano la strada della ricerca e della contaminazione. Questo spesso impedisce, soprattutto agli addetti ai lavori, di differenziare un buon lavoro effettivamente sperimentale da un buon disco che effettivamente non lo sia. Quindi questo porta ad una diseducazione e uno svuotamento automatico dello stesso termine.
    – Un altro aspetto che ho osservato, e che è collegato ai due aspetti precedenti, è che sperimentale (inteso nell’accezione relativa) sia sempre sinonimo di qualità. Una categoria di musicisti/artisti quasi intoccabili e che sono bravi per etichetta. Ma non è sempre così, lasciatemi dire. Questo è proprio uno degli effetti di quella diseducazione e anche di quella netta contrapposizione che fa emergere una superiorità non sempre giustificata.

    L’essenza della (buona) sperimentazione la ritrovo nell’incontro (proprio nella comunicazione o la mancata comunicazione, inteso come contrasto) fra i vari microcosmi e macrocosmi. E con questo intendo anche la comunicazione fra diversi territori; trovo interessanti le analisi territoriali perchè documentano lo sforzo di una comunità musicale anche in condizioni non ottimali o sotto certe logiche di cultura tradizionale. Detto questo la sperimentazione dovrebbe anche avere un aspetto globale (userei impropriamente la parola universale) e spesso il territorio limita la creatività dell’artista e dell’ascoltatore, impedendo quello scambio di cui parlavo prima ed è visibile in alcune innumerevoli e irrilevanti proposte che arrivano alla casella email delle webzine e riviste specializzate.

    Riprendendo il discorso di Mirco, saper ascoltare e selezionare per raccontare i suoni è un aspetto di fondamentale importanza. Abbiamo bisogno di persone che sappiano farlo e lo insegnino non necessariamente alla massa, ma un numero più grande possibile. Così si combattono queste battaglie per dare il giusto spazio alla controcultura.

    Spero di non essermi dilungato troppo e scusate gli eventuali refusi.

    P.S. Bella intervista e piena di spunti

  3. Gianluca Becuzzi ha detto:

    Letto con interesse il confronto. Con il permesso di Roberto Franco, vorrei aggiungere io una domanda a Mirco e Antonello, anche se le rispettive risposte, leggendo tra le righe, in parte si possono intuire. Domanda: “La definizione storica di musica sperimentale fu data da John Cage che affermò -un’azione sperimentale è quella il cui risultato non è prevedibile-. Qual è, oltre mezzo secolo dopo, la definizione che dareste voi di musica sperimentale? Cosa si può definire sperimentale oggi e cosa no?”. Grazie.

    • Antonello Cresti ha detto:

      Quando ho usato l’espressione “musiche altre” per de-finire le ricerche in ambito musicale, alludevo proprio al fatto che solo spostando la questione su un ambito più vasto si potesse in qualche modo evocare in maniera efficace il senso di questo genre di operazioni. Si trattava di una espressione, infatti, puramente evocativa e non denotativa. Il termine “sperimentale” infatti, per come la vedo io, porta con sé una serie di guasti, compreso l’antistorico senso elitistico che spesso evoca. Il punto essenziale però è che con tale termine si vorrebbe affermare che esistono procedimenti che sono ipso facto sperimentali. Ora, se questo era sicuramente corretto sino a qualche decennio fa (le backward guitars dei Beatles nel 1966 potevano tranquillamente fregiarsi di questo titolo anche all’interno del formato-canzone) adesso non lo è più. In epoca di liquefazione, frammentazione e rimescolamento continuo non esiste più questo “lasciapassare” e quello che secondo me occorre fare è spostare l’attenzione dai meri procedimenti al percorso interiore di chi li ha generati. Ecco dunque entrare in campo l’alterità cui facevo prima riferimento: la ricerca esiste ancora in quanto emanazione di una personalità, sensibilità, percorso umano ed artistico che in quanto tale non è riproducibile. Solo facendo valere questa componente intima può oggi esservi sperimentazione, altrimenti si tratta di una stanca riproposizione di topoi di vario genere. Spesso affiancati da “pose” ridicole, peraltro. Per questo per me conta monto – e credo di sentirlo – questo percorso di profondità ed autenticità, e per questo, come spesso affermo, raramente può esservi questa alterità se esistenzialmente si è parte affine a quel sistema la cui muzak è una delle tante incarnazioni.

    • Mirco Salvadori ha detto:

      Come detto sopra, devi definire l’ambito nel quale ti muovi. La sperimentazione contemporanea intesa come studio derivato dalla scuola contemporanea non mi interessa. Ovviamente ha enorme rilevanza anche sul suono che ascoltiamo ma itera sè stessa da decenni, non ha il contatto diretto con il reale. Se visto in una prospettiva ‘popolare’, credo che il termine ‘sperimentale’ non significhi nulla perchè in quella dimensione si ricerca, per meglio dire, si cerca. Si cerca di proseguire (in pochi, sia artisti che addetti ai lavori) alla ricerca dinuove forme espressive. Lo sperimentare a mio avviso appartiene ad un passato che permetteva di farlo, quando ancora tanto, tantissimo era il materiale da svelare. Anche quei 4 disgraziati che neanche sapevano suonare hanno sperimentato e ne è uscito il punk. Ora cosa potrebbe uscire che già non si conosca. Lo ripeto, come lo sto ripetendo da parecchio tempo oramai, il confine musicale non è più tale, ciò che ci attende è il rapporto con le nuove frontiere del SUONO. Si procede oltre, se deve andare oltre. Non solo e non più musica ma il tutto che la ingloba, il suono. Sia esso qualcosa a cui siamo abituati o qualcosa di assolutamente diverso. Ovviamente continuerà a fiorire la sottocultura musichettara, il 99% per cento della popolazione ne è e sarà attratto. Io amo pensare che noi ci rivolgeremo e saremo parte di quel 1% che da sempre ha le idee ben chiare su cosa vuole e pretende scambio e bellezza lì dove si respira arte…e non solo.

      • Gianluca Becuzzi ha detto:

        Quindi, riassumendo un po’ brutalmente… Antonello si appella alla corrispondenza tra biografia ed opera (di cifra controculturale) in nome dell’autenticità e ne ricava una visione del presente e del futuro possibilista. Mirco si dice disinteressato agli esisti delle post avanguardie e non crede che il termine “sperimentale” sia applicabile agli ibridi avant-popular, non più, perlomeno. Però, pur non citandola, l’enfasi che pone “sul suono” sembra sottointendere a quegli ambiti che comunemente indichiamo con il termine sound art. Troppo brutale?

        • Gianluca Becuzzi ha detto:

          Allora. Tirate le somme vi dico la mia che è opinione “terza” rispetto alla vostra. Di Antonello non mi convince l’enunciato, ovvero. L’autenticità è un mito pop-tardo-romantico da sfatare, l’ho scritto tante volte e baso la mia affermazione in accordo con il saggio “Musica di Plastica” Edizioni ISBN, dove si analizza molto bene il fenomeno. Non credo nelle corrispondenze tra vita e arte. Ne ho conosciuti troppi di ottimi artisti-teste di cazzo, da una parte, e persone squisite-artisticamente incapaci dall’altra, con tutte le gradazioni intermedie del caso. Così come non son per niente convinto che un borghese figlio di papà debba per forza suonare “più conformista” (o peggio) di un proletario-antagonista in nome del ruolo sociale e culturale di provenienza. Personalità? Sì, la personalità artistica può fare la differenza, ma questo vale in ogni disciplina e non può essere adottato a parametro esclusivo dell’estetica sperimentale. Cioè non ne definisce una specifica. A vantaggio di Antonello va riconosciuto che se si adotta i suoi parametri risultano comprensibili quelle scelte che in molti, me compreso, vedono come eccessivamente inclusive. Per quanto riguarda invece Mirco il discorso è assai più breve: non riesco e non voglio esser pessimista quanto lui rispetto alle possibilità del presente e anche del futuro. Certo, il panorama odierno, lo riconosco, non è dei più confortanti. Ma anche seguendo la sua indicazione, se proprio si vedono solo strade senza uscita tanto nelle tarde post avanguardie, quanto nella sperimentazione popular, piantiamola di fare dischi e concerti e saltiamo a piè pari nel mondo delle possibilità creative offerte della sound art. E… “Chi non salta canzonettaro è! è!”.

  4. Max Scordamaglia ha detto:

    In un recente incontro, ho ascoltato Renato Barilli affermare che sotto il profilo artistico, tutta la seconda meta’ del XX secolo altro non e’ stata se non una rielaborazione espansa della prima meta’. Se fosse vero allora servirebbe ricollocare cio’ che definiamo “sperimentazione” verso territori molto, molto piu’ lontani di quelli ai quali simo soliti pensare. Diversamente se “sperimentazione” fosse il semplice provarci, allora si, la sperimentazione esiste.
    Semmai manca un pubblico educato a valutarla. O almeno che ne conosca l’esistenza.
    PS: questa intervista e’un fantastico punto di partenza, complimenti davvero a tutti.

  5. Federico De Caroli "Deca" ha detto:

    Sperimentare è una modalità di approccio alla realtà sensibile (non solo a quella , ma parlando di musica atteniamoci alla realtà sensibile) che teoricamente non può avere margini finiti, non avendo paradigmi di riferimento e potendo ogni singolo artista liberarsi da qualsiasi preconcetto di ortodossia…. l’unico limite – peraltro relativo – è quello di mantenere viva l’identità musicale dell’esperimento… ma per l’appunto, trattasi di un limite relativo e legato al contesto epocale e culturale, giacché è dato di fatto che certe acclamate produzioni musicali del XX secolo ai tempi di Mozart sarebbero state considerate cacofonie ributtanti e indegne… dunque, sperimentare si può e si deve, cercando di ignorare gli ipotetici punti di riferimento imposti in qualche modo dall’intellighenzia critica del proprio tempo e lasciando che un “insieme di sonorità” possa trovare nuove identità e nuova linfa… senza trascurare il fatto che di sperimentale non necessariamente deve esserci solo il risultato, ma anche i mezzi utilizzati, la modalità di composizione, lo stato psicofisico del compositore e quant’altro…. perchè francamente credo che oggi il rischio dell’impaludamento dipenda proprio dal dare per scontato che tutto ciò che si poteva produrre col suono sia esaurito per mancanza di porte da aprire, ovvero abbiamo dato fondo a ogni possibile scorreggia fatta in un microfono, quando appena oltre la scorreggia ci sono in verità interi mondi di creatività musicale che ci aspettano: bisogna spalancare quelle porte e rimettersi a produrre con un istinto e una mentalità completamente nuovi.

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